Ho guardato EMILY IN PARIS: davvero ci meritiamo una seconda stagione?

#2 LE SVARIANTE IMPLICAZIONI NEGATIVE DELLA TRAMA

Tralasciando le affermazioni di Lily Collins, secondo la quale Emily Cooper avrebbe circa 22 anni (in quale universo potrebbe avere una carriera del genere a 22 anni?? Lily, tutto ok?), il vero problema di questo show e della sua protagonista, sono il loro punto di vista. Emily arriva in un Paese straniero convinta di saperla più lunga di tutti e nel corso delle puntate, seppur con qualche piccola difficoltà, la storia le dà ragione sempre e comunque. Lo sforzo di conoscere ed immedesimarsi in una nuova cultura si ferma all’indossare un basco, fare shopping da Chanel e mangiare croissant. Un po’ turista…un po’ colonialista se valutiamo il suo atteggiamento in ufficio.

Emily viene rappresentata come un vento progressista nell’antiquata agenzia Savoir (perché tutti i francesi sono antiquati. ok.). In certi momenti Emily crea l’occasione per affrontare temi delicati come il maschilismo del Male Gaze applicato nella pubblicità di moda e beauty; ma questi temi vengono accennati ed archiviati alla stessa velocità con cui Emily sfoggia una nuova borsa.

Un’occasione sprecata? Decisamente.

Ho trovato invece buffa la semplificazione estrema del ruolo di un social media manager e degli stessi meccanismi dei social. La parte in cui il seguito sul profilo social di Emily (una sorta di Instagram) cresca organicamente da 48 followers a più di 20.000 (guadagnandosi lo status di influencer) grazie a foto generiche (solo la foto di una statua le vale un centinaio di nuovi followers. Domani su Sugareal solo piastrelle in marmo!) ed un fiume di hashtag senza alcuna didascalia è abbastanza divertente. E surreale.

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Il mondo della moda è invece rappresentato come il tempio della superficialità e del narcisismo. Non che non lo sia, ma perché non offrire anche un altro tipo di narrazione sull’artigianalità, la sostenibilità o l’inclusione? Parigi ed il suo settore economico più importante sono rappresentati con la stessa superficialità che mi aspetterei da una serie tv dei primi anni 2000…ma con un panorama socio culturale come quello di oggi, perché indugiare su narrative vecchie e già viste, quando si potrebbe osare offendo un punto di vista nuovo?

Forse perché il vero obiettivo di questo show era raccontare le avventure amorose, un po’ buffe (in effetti sono divertenti, non lo nego) di una giovane americana in un ambiente diverso da quello di “casa”. In questo senso, il fatto di rappresentare Parigi come un grande parco-giochi (senza la metro. Seriamente, come si spostano queste persone??), privo di multiculturalismo e realismo, è stata una scelta obbligata. Obbligata perché legata alla fantasia di un ristretto gruppo di persone che a quanto pare ama vedersi al centro del mondo, senza guardare cosa c’è oltre il proprio naso.

Detto questo, come vi anticipavo, ci sarà una seconda stagione quindi spero che il fiume di critiche ricevute, diventino un’occasione per gli sceneggiatori ed i produttori per evolvere questo prodotto in qualcosa che valga la pena ricordare fra 5/10 anni, un po’ come il Diavolo veste Prada.

Diversamente il bidone dell’indifferenziata lo lascio aperto.

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Stella

Editor-in-Chief

Well, I guess that everything starts with me and my love for writing and fashion. Creating this project has not been easy, but I am really proud of my little creature; watching how it is developing is quite entertaining and I believe I am not going to stop any sooner.

 

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